Avete presente quella sensazione di atterrimento che vi prende quando vedete con i vostri occhi una realtà che intellettualmente conoscevate, ma a cui non avete mai potuto dare volti, nomi e voci e che quindi è rimasta distaccata nei limiti dell’immaginazione? Ecco, questo film attribuisce lo status di tangibilità a quelle verità conosciute ma edulcorate dal filtro del sentito dire.
Niente sentito dire, in questo film: solo fatti tratti dagli atti processuali. Ed è forse questo che colpisce maggiormente. Per me è pensare al fatto che mentre io ero a Torino al concerto degli U2 a sentire Bono che sproloquiava di retorica terzomondista di pace e giustizia e uguaglianza, a nemmeno 200 km di distanza miei coetanei ventenni venivano picchiati, umiliati, spogliati di ogni elementare diritto civile in nome di un’assurda vendetta da parte di chi dovrebbe essere preposto ad opposte mansioni.
Non c’è nulla che possa prepararti alla visione di questo film e alla conseguente presa di coscienza che sì, quelle cose sono successe davvero, proprio nel tuo paese, proprio a ragazzi uguali a te. Non i libri sull’Argentina di Videla, non i servizi sui Desaparecidos, non lo studio del Cile di Pinochet. E puoi continuare a tentare di razionalizzare e mettere in fila tutte le tue conoscenze sui comportamenti sociali dell’animale uomo, ricordando la prigione di Stanford, esperimento Milgram e compagnia bella, sarà comunque uno shock. E pensi: sarebbe potuto succedere a me. (Poi leggi cose come questa e cambi modo e tempo del verbo: può succedere a me.)
Alla fine del film, aldilà della rabbia e della vergogna, ti rimangono nella mente il silenzio della sala e le lacrime sulle guance della tua vicina. E quel pensiero strisciante di impotenza che provi a vivere in un paese in cui succedono cose aberranti, e l’aberrazione non sta tanto nel fatto che siano successe, ma che qui rimangano non solo impunite, ma anzi premiate. Perché se si può metabolizzare un torto e razionalizzare cause ed effetti, non si può accettare che una volta accertate le responsabilità i colpevoli vengano ricompensati con avanzamenti di carriera e varia impunità.
Mi piacerebbe tanto che questo film si facesse vedere nelle scuole e a tutti quelli che rimpiangono tempi in cui il pugno di ferro teneva la situazione sotto controllo. “Quando c’era lui”. Perché non si sa com’è, tutta questa gente presume che in un regime di repressione si troverebbe sempre dalla parte dei “giusti” e mai da quella di chi si ritrova la testa rotta senza aver fatto nulla per essersela meritata.





